Salari troppo bassi, allarme dei sindacati

L’ALLARME
 
ROVIGO – Mentre si parla di salario minimo, in Polesine si fanno i conti con livelli salariali inferiori di gran lunga a quelli del resto del Veneto e anche sotto la media nazionale. Secondo l’analisi delle retribuzioni medie lorde per provincia di lavoro relative al 2021 dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati Inps, a Rovigo un lavoratore guadagna 19.811 euro l’anno, ben 2.057 in meno dei 21.868 euro annui dell’italiano medio, che percentualmente significa il 9,4% in meno, ma anche 4.328 meno dei colleghi vicentini, i più retribuiti del veneto con 24.139, seguiti da trevigiani con 23.836, padovani con 23.788 e veronesi con 22.726. Anche bellunesi e veneziani, pur sotto la media nazionale, intascano più dei rodigini, rispettivamente 21.754 e 20.454 euro. Meglio se la passano anche nelle vicine province di Mantova, 22.833, e Ferrara, 20.437.
Anche l’Istat, nel prapporto “Il benessere equo e sostenibile dei territori”, certificando che «la provincia più svantaggiata del Veneto è Rovigo», ha analizzato l’aspetto reddituale, riferito al 2022, dal quale emerge come il Polesine primeggia in negativo in Veneto, con 18.736 di retribuzione media annua dei lavoratori, in questo caso solo dei dipendenti, con 2.764 euro in meno della media regionale e 1.922 di quella nazionale, così come sulle pensioni, 18.663 euro di media rispetto ai 19.948 di media veneta e ai 19.782 di media nazionale.
 
I SEGRETARI
 
Un quadro generale che spinge Pieralberto Colombo, Samuel Scavazzin e Gino Gregnanin, segretari di Cgil, Cisl e Uil di Rovigo, a intervenire per rimarcare come tutto questo «conferma quanto ripetiamo da tempo: un problema salariale esiste ed è collegato a un’idea di sviluppo che deve guardare alla qualità e non solo alla quantità. La contrattazione, e con essa le retribuzioni, va rafforzata in tutta Italia, anche per un recupero sull’inflazione, ma nel nostro territorio in modo particolare, per colmare il divario con le altre province e regioni». Secondo i tre segretari, «in un tessuto imprenditoriale come il nostro, fatto di piccole imprese, l’allargamento della contrattazione di secondo livello, soprattutto in alcuni ambiti del lavoro dipendente, aiuterebbe a elevare le retribuzioni, ma nel nostro territorio le aziende che ne fanno uso sono meno del 20%. Servirebbe ovviamente la disponibilità delle controparti datoriali perché gli aumenti siano dignitosi e adeguati all’inflazione, altrimenti il rischio è che il processo dinamico prezzi-salari si tramuti in una spirale prezzi-profitti. Servirebbe la disponibilità delle amministrazioni locali e del terzo settore per incentivare anche la contrattazione territoriale, soprattutto per sgravi fiscali e servizi a vantaggio delle fasce più deboli».
 
SVILUPPO DI QUALITÀ
 
Anche in ottica Zls, Colombo, Scavazzin e Gregnanin sottolineano che «tutto questo dev’essere accompagnato da un’idea di sviluppo che guardi alla vocazione del territorio, ma incida positivamente sulla qualità del lavoro, sia in termini di stabilità che di retribuzioni adeguate. Questo a sua volta si rifletterebbe su carriere contributive tali da permettere pensioni dignitose. Rimane comunque la necessità di stanziare risorse per adeguare le pensioni più basse a livelli di dignità. Va sviluppato l’insediamento di attività che diano risposte in termini di qualità anche salariali, mentre l’impressione è che da noi più che altrove stiano crescendo soprattutto i settori poveri, dove la competizione delle imprese per rimanere sul mercato viene affidata alla comprensione dei salari, con il rischio che il territorio si impoverisca ulteriormente e perda attrattività».
Tuttavia, concludono amaramente i segretari, la rincorsa del Polesine è un passo indietro rispetto ai lavoratori europei. «Anche raggiungendo la media italiana saremmo comunque gli ultimi in Europa, perché in Veneto, come in tutto il resto d’Italia, esiste un problema salariale che le organizzazioni sindacali segnalano da tempo».